L'autonomia si conquista quando si liberano o si recuperano tre capacità:
Consapevolezza, Spontaneità e Intimità.

Consapevolezza. Consapevolezza significa capacità di vedere una caffettiera e di sentire cantare gli uccelli a modo nostro e non come ci è stato insegnato. Si può presumere fondatamente che la vista e l'udito hanno una diversa qualità nei bambini e negli adulti, e che nei primi anni di vita hanno un carattere più estetico e meno razionale. Il ragazzino gode a vedere gli uccellini e a sentirli cantare. Poi arriva il "buon papà" che è convinto di essere tenuto a "partecipare" a quella esperienza e ad aiutare lo "sviluppo" del figlio. Gli spiega "Quella è una ghiandaia e quello è un passero." Dal momento in cui il bambino si preoccupa di distinguere la ghiandaia dal passero, non è più capace di vedere gli uccelli e di sentirli cantare. Deve vederli e sentirli come vuole il padre. Dal canto suo il padre ha le sue buone ragioni: sono pochi quelli che si posso permettere di vivere ascoltando gli uccelli che cantano, e poi quanto prima si comincia l'"educazione" del bambino tanto meglio è. [...] nella maggior parte gli esseri umani non hanno più [...] la libertà di vedere e sentire direttamente, neanche quando se lo possono permettere; devono far tutto di seconda mano. Definiamo perciò consapevolezza il recupero di questa capacità. [...] La consapevolezza esige che si viva presenti, quanto al luogo e al momento, e non altrove, nel passato o nel futuro.[...]
Spontaneità.Spontaneità significa scelta, libertà di selezionare ed esprimere uno dei sentimenti disponibili (da Genitore, da Adulto e da Bambino). Significa liberazione, liberazione dalla coazione dei giochi e dal dominio dei sentimenti che ci sono stati inculcati.
Intimità.Intimità significa franca, immediata espressione di sè, senza elementi lusorii, della persona consapevole, liberazione del Bambino eideticamente percettivo, incorrotto, ingenuo, capace di essere presente nel luogo e nel tempo.

(Eric Berne)
"Pensi che stia scherzando, mia cara? Ti giuro... ti rispetterò... E lo farò non perché abbia qualche speranza che Dio, nella sua misericordia, ritenga giusto ridarti le tue sembianze, ma solo perché ti amo. In qualunque modo tu possa cambiare, il mio amore con cambia". (David Garnett, La signora trasformata in volpe)
16 dicembre 2007

Ti regalo neve quest'anno.
Non quella che si ammucchia
sulla strada o lascia scoperti
i fili dell'erba:
quella più rara,
che indovina le ragnatele
e che nell'attimo
di sciogliersi
è un diamante in mezzo al prato.
Ti regalo neve quest'anno,
perchè la neve è sempre
una sorpresa.

(Alessandra Buschi)
Da Ale per Nico nel giorno del suo compleanno
Che cosa ti regalo quest'anno amore? Quale sarà la sorpresa se non quella di poter guardare con i miei occhi, continuare a guardare gli alberi, il mare, le montagne, e sentir voci e vento e note e battere cuori, adesso come prima?
Festeggio ciò che è, non ciò che non è più, né ciò che sarà o non sarà. Con qualcosa che non ti porti cose lontane di cui non avresti desiderio, così come è sempre stato per i nostri regali. Perché è nel presente che sono, perché è nel presente che sei, perché tutto è uguale ma tutto è diverso, perché i regali tra noi siano anche quest'anno l'essere, non ciò che si sarebbe voluto, perché sia il desiderio ancora e non il bisogno.
Ed è questo il mio regalo, e questo sarà, il prossimo febbraio, il tuo per me: festeggiare il nostro esser nati, l'aver transitato su questo pianeta, l'essersi incontrati sotto questa forma così bizzarra e imperfetta e tenera di esseri fatti di carne e ossa e pensieri e desideri e gioia e sofferenza. Qualcosa che dicevi di sicuro molto importante, che ci stupiva.
Sarà un giorno di festa per me il tuo compleanno, perché la vita è gioia e dolore in egual misura, saprò vivere perché proverò gioia e dolore. Sarà come tutti i regali che ci siam fatti: vissuti, consumati, usati, senza resti.
Sarà l'andare, la continuità di un tempo immenso eppure piccolo nella sua grandezza. Tra alberi, mari, montagne, voci. Non sarà assenza ma sarà presenza, sarà ciò che è ora il mio presente e ciò che è ora il tuo presente. Sarà amore. Perché se è vero che l'amore non può vincere la morte, la morte non può vincere l'amore, e così sarà una pagina in più di quelle scritte un anno fa, un altro dei miei regali, un altro dei tuoi regali. Un giorno in più della meraviglia e dello stupore che ci siamo dati.

Perché sappiano del frutto
i fiori a vederli
nell'aria tiepida
che ti manca,
e ogni nota che solleva
il petto
sia un respiro in più
che posso darti
per strappare al tempo
il tempo
e allo sguardo
lo sguardo,
perché le notti siano bianche di luna
e i giorni la madreperla di un'alba,
lievi come una schiuma,
belli come i nostri occhi.

Ale e Nico, giugno 2006, giornata di sole, in giardino
Se fosse stato aprile forse ci sarebbe stato il vento, se fosse stato giugno forse l'aria sarebbe stata più afosa. Era maggio invece, quindi entro pochi giorni sarebbe stato il suo compleanno.
Il venti forse avrebbe tirato vento, oppure sarebbe stata una giornata afosa, vallo a sapere. Per ora di certo c'era che i girini avevano messo le zampe posteriori e il grillotalpa non si era fatto più vivo. Un buon modo per pensare al suo compleanno, un modo positivo alla fin fine.
Si alzò per prepararsi un caffè. Le stringhe delle scarpe erano sciolte, bisognava chinarsi, usare le dita, riannodare. Un buon modo per iniziare la giornata. Positivo dopotutto.
"Mi sa che non importa", pensò. In effetti che importanza aveva pensare se la parola "dopo tutto" andava scritta tutta attaccata o con due parole distinte...
Intanto arrivò ai fornelli, le stringhe slacciate, il caffè finito, la moka lavata, i pensieri al suo compleanno.
"Mi sa che non importa", pensò. Era per la pila di piatti che sostavano dal giorno prima nel lavello, non perché il caffè era finito.
Uscì, le stringhe slacciate, la pila di piatti sporchi, la barba di tre giorni.
"Ciao Chiara", la chiamarono. Perché lei era una donna barbuta. Che importanza avevano quindi il compleanno, le stringhe sciolte, il caffè finito, la pila dei piatti da lavare?
"Ciao Chiara". Era Bruno, il direttore del circo. Lei - Chiara - era la donna barbuta.
"Bel tempo eh?", fece Bruno.
Ma che importanza aveva? Del resto quasi nessuno oltre Bruno sapeva che Chiara fosse il suo nome. La donna barbuta, era.
Sgrunt. Lo pensò, Chiara. A dirlo sarebbe stato un "fff": uno sbuffo direi, che le sarebbe uscito dalle labbra facendole vibrare quei peli rossicci di troppo.

Centoquattordici: quasi il limite massimo secondo le regole.
Centoquattordici, quindi niente hot-dog per colazione. Una mela, uno yogurt. Il caffè lo avrebbe preso da Chiara, come ogni mattina.
Riarrotolò il metro da sarta, lo ripose nel primo cassetto. Ora doveva depilarsi: non era piacevole, ma ormai era un'abitudine. Prese quindi il rasoio.
Era maggio: troppo caldo pensando a quella tutina che doveva indossare. Così attillata, acrilica, soffocante... Già eliminare l'attrito della peluria poteva essere un sollievo.
Si risciacquò ben bene, l'unguento era di una buona marca, lo usava da anni ormai. Infilò la tutina per le prove.
Pensò di passare subito da Chiara per il caffè prima della mela e dello yogurt. Niente hot-dog oggi: centoquattordici.
"Ciao Attilio". Era Bruno che salutava. Dall'aria che aveva sembrava arzillo, ma Attilio non era dello stesso umore, la tutina prudeva, sopratutto all'inguine.
"Misurato oggi? Le prove stanno per iniziare", disse Bruno.
Sgrunt, fece Attilio. Attilio era l'uomo cannone.